Rubrica: Politica
Formato: Rapporto speciale
Autore: Sinisa Brkic (sb)
Con 1.413 giorni a Palazzo Chigi, il governo di Giorgia Meloni diventa il più longevo nella storia della Repubblica italiana. È un risultato politico che rompe una delle tradizioni più persistenti del Paese, quella degli esecutivi brevi e delle maggioranze fragili. Ma mentre il record certifica la stabilità raggiunta, economia, riforme e nuovi equilibri a destra mostrano che la partita decisiva per Meloni è appena entrata nella sua fase più delicata.
1.413 giorni che cambiano una consuetudine italiana
Il 4 settembre 2026 Giorgia Meloni raggiunge un traguardo che pochi governi italiani avrebbero potuto considerare ordinario. Con 1.413 giorni consecutivi in carica, il suo esecutivo supera il secondo governo di Silvio Berlusconi, rimasto a Palazzo Chigi per 1.412 giorni tra il 2001 e il 2005, e diventa il più longevo della storia repubblicana. In un Paese che dal 1946 ha conosciuto decine di governi, crisi parlamentari ricorrenti e maggioranze spesso costruite su equilibri precari, il dato ha un peso che va oltre la statistica. La stabilità politica è stata per decenni uno dei grandi problemi italiani, osservato con attenzione tanto all’interno quanto sui mercati e nelle cancellerie europee.
Meloni stessa ha scelto di non presentare il primato soltanto come una celebrazione personale. La presidente del Consiglio ha definito la stabilità una condizione necessaria per programmare, decidere e mantenere gli impegni. È precisamente su questo terreno che il record cambia natura e diventa materia di bilancio politico. Durare è già un risultato in Italia. Ma quasi quattro anni di continuità rendono inevitabile una domanda più esigente: che cosa è stato possibile trasformare grazie a quella stabilità?
La stabilità è diventata il principale capitale politico di Meloni
Quando il governo entrò in carica nell’ottobre del 2022, una parte consistente dell’attenzione internazionale era concentrata sulla possibile fragilità della coalizione e sulla direzione che avrebbe preso l’Italia. Quasi quattro anni dopo, lo scenario è profondamente diverso. Meloni non soltanto è rimasta a Palazzo Chigi, ma ha costruito proprio sulla continuità una delle caratteristiche centrali della propria leadership.
La coalizione composta da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia ha attraversato divergenze, tensioni interne e competizioni tra i suoi leader senza produrre una crisi di governo. In un sistema politico storicamente abituato alla sostituzione degli esecutivi anche all’interno della stessa legislatura, questa capacità di tenuta rappresenta un elemento sostanziale.
La stabilità ha avuto anche un valore esterno. L’Italia si è presentata per anni sui tavoli europei con lo stesso presidente del Consiglio, la stessa maggioranza e una linea politica riconoscibile, mentre altre grandi democrazie europee attraversavano fasi di forte volatilità. La prevedibilità, in politica internazionale e finanziaria, è una risorsa che raramente produce titoli spettacolari, ma incide profondamente sulla percezione di un Paese. È questo il principale successo politico del melonismo arrivato al quarto anno. Non avere trasformato ogni divergenza in una crisi, non avere consumato rapidamente la propria maggioranza e avere reso la continuità una normalità anziché un’eccezione.
Il lavoro corre più dell’economia
Se il dato politico è netto, quello economico richiede una lettura più articolata. Il mercato del lavoro offre al governo alcuni degli indicatori più favorevoli della legislatura. A luglio 2026 gli occupati in Italia erano circa 24,37 milioni, con un aumento di oltre 300 mila unità rispetto a dodici mesi prima e un tasso di disoccupazione sceso al 5,8 per cento.
Sono numeri significativi, soprattutto perché la crescita annuale riguarda in larga parte il lavoro dipendente permanente e gli autonomi, mentre diminuiscono i contratti a termine. Non cancellano le differenze territoriali, il problema dei salari reali o la fragilità dell’occupazione giovanile, ma descrivono un mercato del lavoro più resistente di quanto la debolezza generale dell’economia potrebbe suggerire.
Ed è proprio qui che emerge la contraddizione più importante. L’occupazione migliora, ma l’Italia continua a crescere poco. Le principali previsioni disponibili collocano l’aumento reale del prodotto interno lordo nel 2026 attorno allo 0,5 o allo 0,6 per cento, con prospettive ancora contenute per il 2027. La questione non è nuova e non nasce con il governo Meloni. Produttività debole, demografia sfavorevole, investimenti insufficienti in alcuni comparti e difficoltà strutturali del sistema produttivo accompagnano l’economia italiana da molti anni. Ma dopo quasi quattro anni di stabilità politica, questi problemi diventano inevitabilmente parte della valutazione dell’esecutivo.
Conti più ordinati, debito ancora troppo pesante
La gestione dei conti pubblici costituisce un altro terreno sul quale Palazzo Chigi rivendica prudenza e affidabilità. Il deficit è sceso rispetto ai livelli eccezionali raggiunti negli anni precedenti e le proiezioni europee indicano per il 2026 un disavanzo attorno al 2,9 per cento del prodotto interno lordo.
La disciplina fiscale ha contribuito a modificare l’immagine finanziaria dell’Italia. Il Paese non viene più osservato automaticamente come l’anello debole dell’area euro ogni volta che aumenta la tensione sui mercati, e questo rappresenta un cambiamento politico rilevante rispetto a molte crisi del passato.
Resta però una montagna che nessuna narrazione sulla stabilità può rendere più piccola: il debito pubblico. Le proiezioni della Commissione europea indicano un rapporto debito su Pil del 138,5 per cento nel 2026 e del 139,2 per cento nel 2027. Una parte dell’aumento è collegata agli effetti finanziari differiti dei crediti fiscali per le ristrutturazioni edilizie, ma il problema strutturale rimane.
Con una crescita economica debole e costi di finanziamento più elevati rispetto all’era dei tassi prossimi allo zero, lo spazio fiscale resta limitato. Questo significa che il prossimo ciclo politico si giocherà anche sulla capacità di scegliere dove spendere, cosa finanziare e quali promesse rinviare.
Le grandi riforme non hanno seguito il ritmo della stabilità
È forse sul terreno delle riforme strutturali che la distanza tra durata dell’esecutivo e profondità della trasformazione appare più evidente. Il governo era partito con un’agenda istituzionale ambiziosa, pensata per modificare alcuni degli equilibri fondamentali dello Stato italiano.
Non tutte quelle ambizioni hanno prodotto il risultato previsto. La riforma della giustizia è stata respinta dagli elettori nel referendum, mentre il progetto del premierato, che avrebbe introdotto l’elezione diretta del presidente del Consiglio, non ha completato il proprio percorso. Anche l’autonomia differenziata ha incontrato ostacoli costituzionali che ne hanno ridimensionato l’impianto originario.
Il governo ha mostrato maggiore capacità di intervento in altri campi. Sicurezza, immigrazione, welfare e alcune componenti della fiscalità hanno conosciuto modifiche concrete, spesso accompagnate da forti contrasti politici e giuridici. Ne emerge una legislatura nella quale la capacità di approvare norme è stata superiore alla capacità di realizzare le grandi trasformazioni istituzionali annunciate all’inizio.
La differenza è importante. La longevità di un governo può creare le condizioni per le riforme, ma non garantisce automaticamente che quelle riforme riescano a superare Parlamento, Corte costituzionale, referendum e conflitto sociale.
A destra il quadro non è più quello del 2022
Il record arriva inoltre mentre il campo politico che portò Meloni a Palazzo Chigi sta cambiando forma. Fratelli d’Italia rimane nettamente il primo partito nei sondaggi, ma alla sua destra è emerso un soggetto che pochi mesi fa non esisteva e che oggi non può più essere trattato come un fenomeno marginale.
Futuro Nazionale, guidato dall’ex generale Roberto Vannacci, ha raggiunto il 7,5 per cento nell’ultima rilevazione SWG disponibile a fine agosto. Nello stesso sondaggio Forza Italia si colloca al 7,1 per cento e la Lega al 5,7, mentre Fratelli d’Italia mantiene il primato con il 26,8 per cento.
Un sondaggio non determina il risultato di un’elezione, né permette di prevedere con certezza la configurazione delle alleanze nel 2027. Il dato politico, tuttavia, è già chiaro: la concorrenza interna all’area conservatrice non passa più soltanto attraverso Salvini, Tajani e Meloni.
Vannacci può sottrarre voti al centrodestra oppure diventare, a determinate condizioni, parte di una futura maggioranza. Entrambe le ipotesi presentano costi politici per Meloni. Tenerlo fuori significa rischiare una dispersione di consensi decisivi, includerlo significa spostare ulteriormente verso destra il baricentro della coalizione e affrontare inevitabili conseguenze nei rapporti con l’elettorato moderato e con i partner europei.
La legge elettorale entra nella partita
A rendere ancora più complesso il quadro c’è la riforma della legge elettorale, destinata a incidere direttamente sulla costruzione della maggioranza che uscirà dalle prossime urne. Il progetto approvato dalla Camera prevede un sistema proporzionale con un premio capace di garantire la maggioranza al blocco che superi una determinata soglia di consenso.
L’iter parlamentare non è ancora concluso e il confronto sulle preferenze e sui meccanismi della nuova legge continua a produrre tensioni anche nella maggioranza. Per il governo la riforma dovrebbe rafforzare la stabilità politica, mentre le opposizioni contestano un impianto che considerano costruito in funzione della competizione del 2027.
Il punto decisivo, tuttavia, non riguarda soltanto le regole. Qualunque sistema elettorale sarà in vigore, la principale variabile resterà la composizione delle coalizioni. In un quadro nel quale pochi punti percentuali possono separare una maggioranza autosufficiente da un Parlamento senza un vincitore netto, il posizionamento di Futuro Nazionale potrebbe assumere un peso superiore alle sue dimensioni.
La stabilità celebrata oggi, quindi, non garantisce la stabilità di domani. Il paradosso è evidente: proprio il governo che ha trasformato la durata in uno dei suoi marchi politici si prepara a un’elezione nella quale la costruzione di una nuova maggioranza potrebbe risultare molto più complessa rispetto al 2022.
Il 2027 è già cominciato
Formalmente la prossima campagna elettorale non è ancora entrata nella sua fase decisiva. Politicamente, però, il 2027 è già presente nelle scelte del governo, negli equilibri tra gli alleati, nella legge elettorale e nelle strategie delle opposizioni.
Per Meloni il problema non sarà soltanto arrivare al voto da presidente del Consiglio. Sarà convincere gli italiani che la stabilità conquistata ha prodotto abbastanza risultati da meritare altri cinque anni, in un Paese nel quale lavoro ed equilibrio dei conti mostrano segnali positivi ma crescita, debito, produttività e potere d’acquisto continuano a imporre limiti severi.
Anche per questo il record del 4 settembre può rappresentare contemporaneamente un punto di forza e l’inizio di una fase più difficile. Finché il confronto era con i governi del passato, bastava resistere più a lungo. Da ora in avanti il confronto sarà con le aspettative create da quattro anni di continuità.
Giorgia Meloni ha già dimostrato di saper governare più a lungo dei suoi predecessori della storia repubblicana. La sfida che conduce al 2027 è diversa e molto più impegnativa: dimostrare che quella durata ha cambiato abbastanza l’Italia da convincere il Paese a concederle un secondo mandato. Il record certifica quanto a lungo abbia governato. Le prossime elezioni diranno quanto profondamente sia riuscita a incidere.
Giorgia Meloni, record di governo e sfida politica verso il 2027. Il governo Meloni diventa il più longevo della Repubblica. Dietro il record dei 1.413 giorni si apre la vera sfida politica verso le elezioni del 2027.