La Lega mette in discussione Salvini

Veröffentlicht am 18. August 2026 um 17:04

Rubrica: Politica
Formato: Rapporto speciale
Autore: Sinisa Brkic (sb)

La contestazione interna alla Lega non è più confinata alle riunioni di partito. Con le parole di Attilio Fontana, presidente della Lombardia e figura storica del movimento, anche la permanenza di Matteo Salvini alla guida del partito è entrata apertamente nel dibattito. Nessun cambio al vertice è stato deciso, ma il tabù è caduto e il confronto tra il Nord autonomista e la Lega nazionale costruita da Salvini si avvicina a un passaggio decisivo.

Fontana rompe il tabù sulla leadership

Per anni la questione della leadership di Matteo Salvini è rimasta sullo sfondo delle tensioni interne alla Lega. Critiche, dissensi e malumori non sono mancati, soprattutto nelle regioni settentrionali, ma raramente erano arrivati con questa nettezza da una figura istituzionale del peso di Attilio Fontana.

Il presidente della Lombardia ha cambiato il livello dello scontro. Interrogato sulla possibilità che Salvini debba fare un passo indietro o modificare il proprio ruolo, Fontana ha risposto che nessuna soluzione può essere esclusa a priori. La precisazione è essenziale: Fontana non ha annunciato la caduta del segretario e non esiste al momento una decisione formale per sostituirlo. Ha però reso politicamente legittima una domanda che fino a poco tempo fa sarebbe stata considerata quasi impronunciabile dentro il partito.

La differenza è sostanziale. Quando un governatore della Lombardia, proveniente dalla tradizione più profonda della Lega, ammette pubblicamente che anche il vertice può essere ridiscusso, il problema non riguarda più semplicemente la comunicazione del leader o qualche divergenza tattica. Riguarda l’assetto stesso del partito.



Il problema della Lega è tornato al Nord

Dietro lo scontro personale si trova una questione molto più profonda. La Lega deve decidere che cosa vuole essere. Salvini ha trasformato progressivamente un movimento radicato soprattutto nel Settentrione in una forza nazionale. La vecchia centralità della questione settentrionale, dell’autonomia e del federalismo è stata affiancata e in parte sostituita da temi capaci di parlare a un elettorato italiano più ampio, dall’immigrazione alla sicurezza, dalla critica dell’Unione europea alle battaglie identitarie.

Quella trasformazione ha prodotto risultati straordinari nella fase di massima espansione. Alle elezioni europee del 2019 la Lega superò il 34 per cento e divenne il primo partito italiano. Cinque anni dopo, alle europee del 2024, era scesa all’8,97 per cento.

È questo arretramento che alimenta oggi il processo interno. Fontana ha indicato apertamente l’erosione dei consensi e la riduzione delle sezioni come problemi che il partito non può più evitare. Il messaggio proveniente dal Nord è semplice nella sua durezza: il modello che aveva consentito alla Lega di conquistare l’Italia non garantisce più automaticamente la tenuta della Lega nei territori dove il movimento è nato.

L’asse Fontana, Fedriga, Zaia e Fugatti

Il governatore lombardo non appare isolato. Attorno alla richiesta di un riequilibrio del partito si è formato un asse settentrionale nel quale vengono indicati, con posizioni e sensibilità non necessariamente identiche, Massimiliano Fedriga, Luca Zaia e Maurizio Fugatti insieme allo stesso Fontana.

Non si tratta ancora di una corrente formalmente strutturata con un candidato alternativo pronto a sfidare Salvini. Il punto politicamente rilevante è un altro: alcune delle figure territorialmente più riconoscibili della Lega stanno chiedendo che il peso delle regioni, degli amministratori e della tradizione autonomista torni a incidere realmente sulle scelte nazionali.

Fontana lavora inoltre all’ipotesi di un’associazione ampia e aperta. Il progetto, almeno nella formulazione pubblica finora emersa, non viene presentato come l’embrione di un nuovo partito né come una scissione dalla Lega. L’obiettivo dichiarato è creare uno spazio nel quale elaborare proposte e restituire maggiore influenza politica ai territori. Proprio questa distinzione rende la mossa più delicata. Un’associazione interna o parallela capace di organizzare il dissenso settentrionale potrebbe esercitare pressione sulla leadership senza assumersi immediatamente il costo di una rottura.

Salvini non intende consegnare il partito

Dall’altra parte Matteo Salvini non si comporta come un leader in uscita. Continua a essere il segretario federale della Lega, vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Nei giorni precedenti all’affondo di Fontana aveva respinto l’idea che singoli gruppi interni potessero rappresentare il partito nel suo complesso e aveva rivendicato la Lega come forza del Nord, del Centro e del Sud.

È la linea sulla quale ha costruito il proprio progetto politico. Tornare semplicemente alla Lega Nord significherebbe smentire oltre un decennio di trasformazione organizzativa ed elettorale, oltre a rinunciare alla presenza costruita nelle regioni del Centro e del Mezzogiorno.

Per questo lo scontro non può essere ridotto alla domanda se Salvini debba dimettersi. La questione decisiva è quale Lega dovrebbe emergere da un eventuale ridimensionamento della sua leadership. Una formazione nuovamente concentrata sul Settentrione avrebbe un’identità più definita, ma potrebbe perdere parte della dimensione nazionale conquistata negli anni salviniani. Una Lega che proseguisse senza correzioni sulla strada attuale rischierebbe invece di approfondire la frattura con la propria struttura storica.

Giorgetti, il peso dell’uomo che non deve esporsi

In questo equilibrio Giancarlo Giorgetti resta una delle figure da osservare con maggiore attenzione. Ministro dell’Economia, esponente lombardo e dirigente con profonde radici nella storia del partito, Giorgetti rappresenta una componente istituzionale e pragmatica della Lega che conserva un peso rilevante sia nel governo sia nei rapporti interni.

Sarebbe tuttavia prematuro collocarlo automaticamente nel fronte che punta alla sostituzione di Salvini. Le ricostruzioni disponibili mostrano una situazione più cauta. Giorgetti ha smentito di aver partecipato ad alcune riunioni attribuite all’area critica e ha contemporaneamente continuato a partecipare ai tavoli politici della Lega insieme al segretario.

La sua posizione potrebbe diventare determinante proprio perché non coincide apertamente con quella dei protagonisti della rivolta. In una crisi di leadership, il peso non appartiene soltanto a chi sfida il segretario, ma anche a chi può rendere possibile una mediazione, una gestione collegiale o un nuovo equilibrio senza provocare una frattura irreversibile.

Non è soltanto una battaglia sui nomi

Il Nord non sta contestando Salvini esclusivamente per i risultati elettorali. La disputa riguarda anche il rapporto fra identità, territorio e potere.

Per una parte della vecchia struttura leghista, il progressivo spostamento verso un partito nazionale ha indebolito la funzione originaria del movimento. La Lega aveva costruito la propria forza attraverso reti locali, amministrazioni, sezioni, associazioni imprenditoriali e un rapporto diretto con aree produttive che si sentivano poco rappresentate da Roma. La nazionalizzazione del partito ha ampliato l’orizzonte elettorale, ma ha modificato quel rapporto.

Ora quel nodo ritorna. Autonomia, federalismo, pressione fiscale, competitività del sistema industriale settentrionale e rapporto con Bruxelles non sono soltanto temi programmatici. Sono gli strumenti attraverso i quali una parte del partito cerca di ridefinire la propria identità.

La battaglia sulla leadership è quindi anche una battaglia sulla domanda fondamentale che ogni partito, prima o poi, deve affrontare: chi rappresentiamo davvero?

Pontida diventa il tribunale politico della Lega

La data cerchiata sul calendario è il 20 settembre. Il tradizionale raduno di Pontida, già simbolicamente centrale nella storia della Lega, rischia quest’anno di trasformarsi nel luogo in cui la tensione interna diventerà impossibile da nascondere.

Una parte dell’area critica considera il raduno il momento entro il quale Salvini dovrà offrire risposte convincenti. Fra le ipotesi che circolano vi sono una leadership più collegiale, un maggiore coinvolgimento dei governatori e degli amministratori, una revisione della linea politica e, qualora il confronto fallisse, la richiesta di un congresso.

Anche in questo caso occorre separare le ipotesi dalle decisioni. Non è stato convocato un congresso destinato a destituire Salvini e non esiste ancora un candidato ufficiale alla successione. Ma Pontida ha assunto un valore politico nuovo: non sarà soltanto una manifestazione identitaria, sarà una prova della capacità del segretario di mantenere insieme anime sempre più distanti.

Che cosa rischia Giorgia Meloni

Per Palazzo Chigi il conflitto è rilevante, ma non equivale automaticamente a una crisi di governo. Giorgia Meloni continua a guidare una coalizione nella quale Salvini ricopre la carica di vicepresidente del Consiglio. Un eventuale cambio alla guida della Lega non comporterebbe di per sé la caduta dell’esecutivo né la perdita automatica degli incarichi governativi di Salvini.

Politicamente, però, cambierebbe molto. Un nuovo equilibrio interno potrebbe spingere la Lega verso posizioni più marcatamente autonomiste, territoriali e attente agli interessi economici del Settentrione. Questo avrebbe conseguenze sulla politica fiscale, sulle autonomie regionali, sui rapporti con l’Unione europea e sulla preparazione delle prossime scadenze elettorali.

Per Meloni esiste anche un problema di interlocuzione. Salvini è un alleato difficile ma conosciuto, inserito da anni negli equilibri del centrodestra. Una Lega attraversata da una leadership collegiale o da una competizione interna permanente potrebbe diventare meno prevedibile, soprattutto quando il governo dovrà affrontare decisioni capaci di distribuire costi e risorse tra territori diversi.

Al momento, tuttavia, non vi sono elementi sufficienti per parlare di una minaccia immediata alla maggioranza. La crisi è anzitutto una crisi della Lega. Solo se dovesse trasformarsi in una scissione, in una modifica sostanziale dei rapporti parlamentari o in uno scontro sugli incarichi di governo assumerebbe direttamente la forma di una crisi per l’esecutivo Meloni.

Salvini deve andare? La risposta oggi è ancora politica, non formale

La domanda che domina il confronto è inevitabile: Matteo Salvini può perdere la Lega?

Sì, oggi questa possibilità non può più essere considerata puramente teorica. Per la prima volta la discussione su un cambio al vertice viene alimentata pubblicamente da esponenti di primo piano del partito e si accompagna a un tentativo più ampio di riorganizzare il peso politico del Nord.

Ma sarebbe scorretto trasformare questa possibilità in un fatto compiuto. Salvini non si è dimesso, non è stato destituito e continua a controllare formalmente il partito. Non esiste inoltre, allo stato attuale, una successione definita intorno a un unico nome.

La sua vera vulnerabilità non deriva quindi da una procedura già avviata contro di lui. Deriva dal fatto che la contestazione ha superato la soglia oltre la quale il semplice richiamo all’unità non basta più.

La crisi d’identità che Salvini non può più rinviare

Per più di dieci anni Matteo Salvini ha rappresentato la trasformazione della Lega. Ha portato il partito fuori dai suoi confini storici, ne ha cambiato il linguaggio, l’ambizione e il pubblico, fino a renderlo una forza nazionale capace di dominare per una fase il centrodestra italiano.

Ora quella trasformazione presenta il conto. Il Nord che aveva fornito alla Lega struttura, amministratori e identità chiede nuovamente spazio, mentre il progetto nazionale non produce più i risultati che un tempo sembravano giustificarne ogni costo interno. È questo il vero significato delle parole di Fontana. Non hanno decretato la fine di Salvini. Hanno decretato la fine dell’idea che la sua leadership non possa essere discussa.

Da qui a Pontida la Lega dovrà scegliere se trasformare la rivolta del Nord in una nuova formula di equilibrio oppure lasciare che diventi una battaglia per il vertice. Per Salvini la differenza è enorme. Per il partito potrebbe essere esistenziale.


Lega, Fontana sfida Salvini: cresce la rivolta del Nord sulla leadership. Attilio Fontana apre alla possibilità di un passo indietro di Matteo Salvini. Nella Lega cresce il fronte del Nord e Pontida diventa il passaggio decisivo per il futuro della leadership.

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